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17 ottobre 2007 / nico

Si fa presto a dire partecipazione…

Si dice web 2.0 e subito si pensa a partecipazione dal basso.
Ogni software sociale tende a incorporare sempre più meccanismi di condivisione/produzione/interazione (dopo l’apertura Facebook ha superato quota 4000 applicativi).

In effetti, il valore di un software sociale dipende in larga parte dalla quantità e qualità dei contributi prodotti dal basso. Certo, solo in parte si tratta di una storia nuova: ogni media, anche quelli apparentemente meno sociale come i libri (Eco docet), contiene dispositivi di interazione più o meno spinti. Ma con i media sociali questa interazione diventa del tutto esplicita, oltre che determinante per garantire un buon funzionamento. Ma a quali condizioni?

Vi segnalo 4/5 spunti interessanti su partecipazione e social software:

1) La legge di potenza di Mayfield
Ross Mayfield ha abbozzato un buon modello esplicativo che descrive i meccanismi di efficacia/intensità della partecipazione online.
La legge è un utile contraltare al modello della coda lunga, buono a spiegare solo i meccanismi di consumo, e non quelli di produzione dal basso.
Mayfield mette in relazione il grado di intensità delle attività individuali con il valore generato per la comunità. Ad un alto livello di partecipazione si produce intelligenza collaborativa (prodotto di una cooperazione effettiva degli utenti), mentre ai livelli più bassi si ha intelligenza collettiva (basata su meccanismi più automatici: un punto questo importante in vista del Web 3.0!).

2) La scala della partecipazione
Forrester Research ha svolto un’indagine dal titolo Social Technographics. Il risultato è una scala della partecipazione che descrive sei tipologie di utenti: creatori, collezionisti, critici, membri dei social network, spettatori passivi, esclusi. Quest’ultimi rappresentano ancora la larga maggioranza (52% del campione). Altro dato interessante: gli utenti più giovani si muovono agilmente lungo i primi cinque profili.
La tipologia di Forrester ci ricorda anche un’altra questione: il rapporto attenzione/tempo disponibile. Interagire di continuo su più fronti (fruizione, selezione, creazione) diventa impossibile: anche i più convinti e integrati si vedono costretti a diversificare ruoli e presenze.

(se vi interessa capire meglio, ho il pdf integrale della ricerca, che però non può essere pubblicato)

3) L’ineguaglianza partecipativa
Da tempo in rete si parla di “regola dell’1%“: su 100 utenti solo uno contribuisce attivamente, dieci svolgono compiti a bassa intensità (commento, voto, tagging), i restanti 89 fruiscono passivamente. Dato confermato anche da Bradley Horowitz di Yahoo! La regola è un’estensione (che esaspera, però, di molto l’asimmetria) del famoso principio di Pareto secondo cui l’80% delle conseguenze dipende dal 20% delle cause.
Qui ne ho parlato più diffusamente, con dati più precisi su digg, wikipedia, youtube.

4) Ma davvero serve tutta questa partecipazione?
Ribaltando il punto di vista di Mayfield, diversi analisti pensano che la diseguaglianza non solo è inevitabile (c’è in tutte le comunità offline, è una storia già vista con le Bbs e i forum) ma è anche desiderabile. “Una piena partecipazione renderebbe la moderazione impossibile ed economicamente impraticabile” dice Suw Charman (consiglio la lettura di questo suo articolo). E con lei è d’accordo anche Jeff Jarvis.

5) E’ solo un problema di usabilità
Almeno per Jacob Nielsen che qui spiega come migliorare le architetture partecipative, rendendole più usabili. Il che in parte mi trova d’accordo: molti meccanismi di partecipazione li trovo macchinosi o richiedono troppo tempo/attenzione. Credo che il meglio, su questo fronte, arriverà prossimamente con strumenti più intelligenti e automatizzati. La direzione è quella del Web implicito

(scusate il “pippone”, ma la materia è un bel po’ complessa!)

2 commenti

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  1. latorpille / Ott 17 2007 3:23 pm

    Nessun pippone, anzi grazie Nico mi sembra molto interessante. Direi che invece, se e quando avrai voglia, potresti approfondire le tesi qui sostenute con degli esempi pratici. Quando si parla della regola 90-9-1, e di come invertire questa direzione, sarebbe utile vedere se e come qualcuno ci sta provando o l’ha già fatto, migliorando appunto la usability e
    semplificando i meccanismi di partecipazione.
    Infine, l’articolo di Suw Charman (è bellissimo) mi sembra colga nel segno riguardo al tipo e alla qualità della partecipazione e alla necessità di ripensarla in modo qualitativo e non quantitativo…

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